Svelarsi
di: tinucci

Mi dico che è il momento giusto e devo sbrigarmi. Certo, sarebbe più facile se ci fosse un foglio di carta: prenderei la penna e le parole non rimarrebbero incastrate in una vena del cervello o nella gola; scenderebbero fino alla mano, sporcherebbero il foglio, ci resterebbero attaccate con tutto quello che si portano dietro. E’ il potere della pagina bianca, credo. Ti risucchia e ti libera: è la tua possibilità di buttarti da un’altra parte.
“Allora?” mi chiede il mio editore, accendendosi una sigaretta “Quando lo finisci questo nuovo romanzo?” Io mi concedo ancora qualche secondo di silenzio prima di rispondere, illudendomi ancora per un istante di poter davvero dire la verità, di poter davvero smettere di mentire. Ma ormai in questa storia ci sono dentro fino al collo e devo nuotare come posso per non annegare.

Quella mattina c’era il sole. Sembrava davvero una mattina normale. Sono uscito presto dall’ospedale con la scusa di un malessere: in mezzo ad un’epidemia di influenza, i miei colleghi non hanno fatto fatica a crederci e ad accettare di sostituirmi per un paio di turni.
Sono arrivato a casa di Gabriele in meno di un’ora. Lui abitava fuori città, in una casetta isolata tra i campi e il fiume. Gabriele era mio amico da sempre, per questo quando erano venuti a dirmi che si era messo con Marta, la mia ragazza, la mia ragazza amata, la mia ragazza amatissima, avevo negato, resistito. Poi mi avevano messo di fronte a delle prove inconfutabili, e avevo dovuto credere che sì, era vero e capire che no, non avrei mai perdonato, nessuno dei due.

L’unica cosa che posso fare è chiedere ancora un po’ di tempo: “Dammi ancora due o tre mesi, per favore. Vedrai che non te ne pentirai”. Lui nicchia, fa una faccia seccata: voleva uscire col nuovo libro per Natale, così non ce la faremo mai. Lo so cosa vorrebbe davvero: ripetere il successo imprevisto ed imprevedibile del primo romanzo, un anno e qualcosa fa. “Il corpo” è stato il caso letterario del 2009, una di quelle rarissime opere di narrativa che, per imperscrutabili motivi, riescono a piacere a tutti, ai critici più colti come ai lettori meno impegnati. E ha venduto moltissimo, per la gioia del mio editore; che adesso mi mette fretta perché conosce le stravaganze del mercato editoriale italiano e teme che, se lasciamo passare troppo tempo, la gente mi dimentichi prima che il nuovo romanzo sia in libreria. Comunque alla fine è costretto a concedermi quello che chiedo: in questo momento ho io il coltello dalla parte del manico. Respiro, ma so benissimo che questo non risolve il mio vero problema. Quello continuerebbe a inseguirmi e a tormentarmi anche se avessi davanti un tempo infinito.

Sono arrivato a casa di Gabriele, ho suonato e Gabriele mi ha aperto, ancora mi domando perché. Avrebbe potuto far finta di non esserci, avrebbe potuto trovare una scusa e non farmi entrare. Invece mi ha aperto la porta, mi ha salutato con solo una leggerissima incertezza nella voce, ha lasciato che entrassi in soggiorno e ha permesso che ci trovassi Marta, la mia Marta, seduta sul divano, con le gambe nude, coperta a stento da una maglietta bianca, neppure troppo lunga. Non ho detto nulla, non ho fatto altro che estrarre la siringa già preparata con l’anestetico ed agire rapidamente, sfruttando la loro sorpresa e la loro incredulità, che li rendeva troppo lenti. Una volta addormentati, li ho legati, imbavagliati e trasportati nella cantina di Gabriele. Li ho sistemati l’uno di fronte all’altra, in modo che potessero vedersi soffrire e morire, ma lontani, in modo che non potessero toccarsi e fossero costretti ad andarsene via da questo mondo soli, come ero solo io. Ho controllato che non avessero mezzi per chiamare aiuto o per cercare di liberarsi, ho chiuso a chiave col catenaccio, per bene, la porta di ferro della cantina, e me ne sono andato. Li ho lasciati lì. Gli esseri umani resistono circa quindici giorni a digiuno, ma molto meno senz’acqua da bere. E’ una morte sufficientemente atroce, credo. I corpi non li hanno ancora trovati. Ho detto in giro che sono andati a vivere insieme e che si sono trasferiti a Roma; ci hanno creduto, per ora.

Dopo l’ultimo incontro con l’editore, in effetti cerco di illudermi, cerco di vivere come se questo tempo infinito ce lo avessi davvero. Ma tre mesi invece passano presto. Tutti i giorni, quando torno a casa dall’ospedale, mi faccio una doccia, mi preparo un caffè e mi siedo davanti al computer. Non sono mai stato uno che ama scrivere; il foglio bianco non mi attira affatto. Però ci provo, ci provo disperatamente e senza risultato. Nessuna storia accettabile, nessun personaggio degno di interesse. Soprattutto niente a che vedere con lo stile di quel maledetto romanzo.

Dopo sono tornato su in casa per pulire, riprendere la mia giacca buttata sul divano e chiudere. Mi è caduto l’occhio sulla scrivania di Gabriele, c’erano dei fogli: mi sono avvicinato ed ho visto che si trattava di un manoscritto, sulla cui prima pagina si leggeva un titolo breve, “Il corpo”. Era evidentemente pronto per essere spedito in valutazione ad una casa editrice: vicino c’era una busta già preparata con l’indirizzo della ScrivendoSognando. Ho portato con me busta e manoscritto, ripromettendomi di leggere più tardi, a casa mia, l’ennesimo tentativo velleitario del mio amico, che da anni ci asfissiava con le sue ambizioni letterarie; credevo che ci avrei riso non poco sopra, pensando a quali altri più seri problemi stesse affrontando Gabriele mentre io mi sorbivo le sue porcherie romantiche. Invece, fin dalle prime pagine, ho capito che quel romanzo era straordinario, e capirlo, è evidente, mi faceva soffrire. Poi, andando avanti con la lettura, ho scoperto, con altrettanta sofferenza, che la protagonista era proprio Marta, e che il corpo del titolo era il suo: scrutato, amato, violato. Era più di quanto potessi sopportare. Il primo impulso fu quello di distruggere anche quei fogli, come avevo distrutto il loro autore. Poi non so, qualcosa mi trattenne, e mi illusi di aver trovato un’altra strada per una vendetta migliore. Spedii il romanzo alla casa editrice, dichiarando di esserne io l’autore; anche se non ero un lettore particolarmente raffinato, sapevo che non avrebbero potuto ignorare quell’opera. Infatti dopo qualche mese mi contattarono e mi proposero un contratto. Il libro uscì, fu un successo. Pensavo di potermi riappropriare del corpo di Marta, appropriandomi del romanzo che ne parlava e che lo glorificava, ma non fu così. Ogni critica positiva, ogni recensione entusiasta, ogni complimento di qualche lettore ingenuo mi riportava a quello che avevo fatto, e mi riconsegnava alla mia ormai definitiva, eterna sconfitta.

Non ce la faccio più a fingere. Tra quindici giorni il mio editore si rifarà vivo e questa volta non avrebbe senso chiedere di rimandare ancora. Vorrà almeno vedere qualcosa, non potrà più accettare le mie chiacchiere e le mie scuse. Mi devo arrendere all’evidenza: l’unica storia che posso raccontare è la verità della mia miseria. Lascio infine che la pagina bianca sul video del mio portatile mi risucchi, si sporchi col racconto del mio delitto e, infine, me ne liberi:

Quella mattina c’era il sole. Sembrava davvero una mattina normale. Sono uscito presto dall’ospedale con la scusa di un malessere: in mezzo ad un’epidemia di influenza, i miei colleghi non hanno fatto fatica a crederci e ad accettare di sostituirmi per un paio di turni


Pubblicato il 28/05/2010


COMMENTI

mleonis, 30-05-2010
Il racconto è scritto molto bene, mi è piaciuta la trama, l'ho trovato originale anche se estremamente inquietante, ma ciò è positivo perchè significa che hai reso molto bene la psicologia del personaggio e l'ambientazione spazio-temporale. I miei complimenti.


tinucci, 28-05-2010
Leggendo, dovreste tenere conto del fatto che il secondo/quarto/sesto e ottavo paragrafo nell'originale erano in corsivo. Spero che anche così ci si capisca qualcosa. Abbiate pazienza!


tinucci, 28-05-2010
Leggendo, dovreste tenere conto del fatto che il secondo/quarto/sesto e ottavo paragrafo nell'originale erano in corsivo. Spero che anche così ci si capisca qualcosa. Abbiate pazienza!

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